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Tre giorni invernali in alta Val di Zoldo: sci, escursioni e tradizioni

26-28 Dicembre 2018

5-10 Km

200 mt

Cima Fertazza, Rifugio Città di Fiume, Pecòl di Zoldo

    Introduzione: un po’ di storia

    La Val di Zoldo (‘Val de Zoldo’, in ladino), situata a i piedi delle Dolomiti bellunesi e solcata dal corso del torrente Maè, affluente destro del Piave, è una valle ancora poco conosciuta e lontana dal turismo di massa. Nata ufficialmente solo nel 2016, dalla fusione dei comuni di Forno di Zoldo e Zoldo Alto, conta poco più di 3000 abitanti. La nascita della comunità zoldana è riconducibile attorno all’anno 1000, quando si consolidò il feudo, distribuito in villaggi che ancora oggi portano lo stesso nome di allora. Amministrata dall’unica Pieve di San Floriano, il monumento più significativo della valle, la Val Zoldana attirò l’attenzione dei potenti per lo svilupparsi delle attività minerarie e soprattutto metallurgiche, passando nei secoli di mano in mano a diverse famiglie, fino all’acquisizione da parte della Serenissima Repubblica di Venezia, per il cui arsenale diventò la principale fornitrice. Dopo Napoleone, arrivarono gli austriaci e quindi l’annessione al Regno Lombardo Veneto, e infine al Regno d’Italia nel 1866. Con l’avvento dell’industria moderna, l’attività fabbrile man mano scomparve e molti abitanti furono costretti ad emigrare, principalmente nelle Americhe e in Germania. Fu proprio in quest’epoca, tra la seconda metà del XIX secolo e la prima metà del XX secolo, che i zoldani divennero particolarmente rinomati come gelatieri. Dopo la liberazione del 1918, la valle riuscì a ripartire, nel secondo dopoguerra, grazie a un discreto sviluppo del turismo, incrementato negli anni ’80 dopo l’apertura del comprensorio sciistico del Civetta (annesso al più ampio Dolomiti Superski nel 1992).

    Una giornata sugli sci: da Pècol ad Alleghe, passando per Cima Fertazza

    La vista sulla parete sud del Civetta, al tramonto, da Pecol di Zoldo.

    Nel tardo pomeriggio arriviamo a Pecol di Zoldo, dove ci ospita ormai da diversi anni il Meublè La Baita: Manola ed Emiliano sono molto felici di rivederci, noi apprezziamo da sempre la loro accoglienza, il grazioso bed and breakfast tranquillo e pulito, e la loro deliziosa marmellata fatta in casa. Pecol è una frazione del comune di Val di Zoldo, di appena 200 abitanti, ma non per questo un luogo da sottovalutare. Esso, infatti, sorge sulle pendici orientali del Monte Civetta (3220 mt), mentre a sud est si innalza il Monte Pelmo (3168 mt). Ultimo centro abitato prima di Passo Staulanza (1783 mt), valico che collega la Val di Zoldo alla Val Fiorentina, nel secondo ‘900 ha rappresentato un importante punto d’appoggio per i pionieri delle arrampicate dolomitiche, come l’alpinista ed esploratore britannico Francis Fox Tuckett. Pecol è il luogo tutt’oggi più comodo per raggiungere l’accesso alla cabinovia del comprensorio sciistico del Civetta.
    Ci alziamo di buon mattino, e dopo un’ottima colazione a base di pane fresco, frutta, yogurt e formaggi e salumi locali, ci prepariamo a una giornata sugli sci. La neve questo dicembre non si è fatta vedere se non raramente, ma le piste sono ottimamente innevate e la giornata è stupenda. Raggiungiamo Col dei Baldi, e infine il Rifugio Belvedere-Fertazza (1839 mt), per un pranzo sui tavolini al sole con un panino caldo ai peperoni e pastin. Il pastin è una pietanza tipica bellunese, inserita nella lista dei prodotti tradizionali regionali, costituita da carne di suino e manzo macinata grossolanamente, condita con un infuso di vino bianco, aglio e spezie. Viene solitamente cotta alla griglia, dopo averle dato una forma circolare poco uniforme, per la quale è anche detta rodela de pastim (in agordino), ma può essere mangiata anche cruda. Le piste ci portano alla base di Alleghe, dove il sole inizia a scomparire lasciando solo la vista del lago ghiacciato, dopodiché ci apprestiamo a godere del tramonto sulle Dolomiti, dalla bellissima terrazza panoramica di Cima Fertazza: siamo così fortunati che, seppur per pochi istanti, l’enrosadira (rosadura in ladino, ovvero ‘tingersi di rosa’) colpisce pian piano tutte le cime circostanti: il Pelmo, l’Antelao, il Sorapis, la Croda da Lago, il Becco di Mezzodì, fino a scomparire e lasciare nel cielo un insieme di colori mai visti, dall’arancione al viola, all’azzurro che poi inizia a diventare blu…una fiaba. Il silenzio e la pace che questo momento ci regala, lontano dal classico vociare degli sciatori di mezzogiorno, sono impagabili, come la vista che ci circonda. Il freddo inizia a farsi sentire e, finito lo spettacolo, raccogliamo l’attrezzatura fotografica e felici, ma anche con un po’ di tristezza, iniziamo la discesa verso il paesino di Santa Fosca: tracciando curve larghe ci sentiamo liberi e, fatta eccezione per il gatto delle nevi che sta per iniziare il suo lavoro, siamo i padroni della pista. Dopo una doccia calda e un po’ di riposo, passiamo la serata al caldo della Stube del Patriarca, a Pecol e a due minuti a piedi dal Meublé: offre dell’ottima carne, ma se preferite un piatto vegetariano potete assaggiare dei deliziosi canederli all’ortica e formaggio fuso. Anche se siamo sazi, non possiamo farci mancare la nostra tappa preferita, il Solèr. La gelateria, arredata minuziosamente in legno con tipico stile ladino, offre non solo gelati eccezionali, propri della tradizione zoldana, fatti con ingredienti naturali e senza preparati, ma anche delle ottime torte fatte in casa, come la Sacher, la Lienzertorte, la torta pere e cioccolato, la torta di grano saraceno e molte altre. La padrona, sempre ironica ma gentile, ci accoglie e ci aggiorna sulle ultime novità della valle.


    Il Pelmo, visto dalla pista che scende a Pecol di Zoldo, nel comprensorio sciistico del Civetta.


    La Marmolada, vista dalla pista che scende ad Alleghe, sul versante est del Civetta.


    Il lago di Alleghe, visto da dietro il Rifugio Belvedere-Fertazza.

    Il rifugio Città di Fiume e la Val Fiorentina

    L’indomani sono eccitata per la gita che ho programmato perché, sebbene sia semplice, è una novità: raggiungeremo infatti il Rifugio Città di Fiume (1917 mt), dove ho prenotato per la cena, e torneremo la sera con le luci della notte. Il rifugio, il cui nome ricorda i fiumani in esilio, si trova alla fine della Val Fiorentina, ed è una tappa dell’Alta via n.1 delle Dolomiti, nonché della Via Alpina. E’ stato ricavato negli anni ’60 dall’antica Malga Durona, risalente al 1600, epoca in cui serviva ad attività pastorali (si nota il portale a tre vani ad arco, tipico degli ambienti dedicati esclusivamente a stalla); ci torno ogni anno apprezzandone non solo la posizione, davanti al col della Puina, alle pendici della maestosa parete settentrionale del Pelmo e Pelmetto, ma anche lo stile a basso impatto ambientale che i gestori hanno saputo conferirgli. La base del rifugio è anche un ottimo punto di partenza per molte sci alpinistiche sul Pelmo, nonché per delle bellissime ciaspolate ad anello, se le condizioni lo consentono. Dopo aver fatto colazione con calma e comprato dei panini alla Cooperativa di Pecol, carichiamo lo zaino con del tè caldo e qualche piumino: non rinunciamo a procurarci un paio in più di ramponcini perché ci è stato detto che il sentiero per il rifugio, non presentando neve e con le condizioni variabili degli ultimi giorni, è molto ghiacciato. Nei venti minuti di auto che ci separano dall’inizio del sentiero, sostiamo a Passo Staulanza, proprio sotto il Pelmo, e pranziamo. Una volta arrivati al parcheggio (lungo la SP251, ultimo tornante sulla destra provenendo da Pècol), indossiamo i ramponcini (essenziali per procedere in sicurezza) e partiamo lungo il sentiero n. 467: la camminata si svolge in leggera pendenza in mezzo al bosco e passa per Malga Fiorentina (1799 mt), antico alpeggio degli abitanti di San Vito di Cadore ora ristrutturato con una casera, una stalla e un alloggio per pastori. Dopo circa 1h di cammino e qualche sosta fotografica, si apre la vista sul Pelmo e arriviamo al rifugio. L’idea iniziale era di fotografare il tramonto dal punto panoramico del rifugio, ma le nuvole non ci sono d’aiuto. Decidiamo così di proseguire seguendo sempre il sentiero 467 che taglia a sinistra del Col della Puina e collega la Val Zoldana alle Dolomiti Ampezzane, diventando così ora parte dell’Alta Via 1. La scelta è azzeccata, perché qui dietro, le nuvole si stanno diradando, grazie a un vento fortissimo, lasciando un colore azzurro rosaceo che segna l’inizio di un tramonto maestoso su tutte le cime che si aprono dinnanzi: da sinistra, i Lastoni de Formin, la Croda da Lago, il Becco di Mezzodì e Rocchetta di Prendera, fino alla forcella finale (2041 mt) a cui sostiamo e che ci offre una vista spettacolare sulle Marmarole, il Sorapis e l’Antelao. Dopo aver assaporato questo momento bello ma freddo, rientriamo ammirando le nuvole infuocate dal sole che pian piano si diradano lasciando brillare le prime stelle della sera, sopra le vette del Civetta e della Marmolada. Contenti di trovarci finalmente al caldo, godiamo del silenzio del rifugio, dove a farci compagnia sono solamente l’atmosfera assorta nella lettura dei gestori e l’allegro scoppiettare del fuoco nella stufa. La cena ci viene servita alle 19: antipasto di formaggi e salumi locali con giardiniera, zuppa d’orzo, polenta, formaggio fuso e funghi sono la nostra scelta; è tutto delizioso. La sera è ormai calata da qualche ora e dopo aver indossato i vari strati intiepiditi al calore del fuoco, bardata di piumino esco dalla porticina del rifugio illuminata da un bell’albero di Natale. Mi allontano di qualche decina di metri lontana dal rifugio, i miei occhi presto si abituano all’oscurità e nel silenzio più totale della notte inizio ad ammirare la volta celeste sopra di me: sono commossa da una vista così semplice e al tempo stesso così bella e, emozionata, scatto le mie prime foto della parete bianca del Civetta illuminata dalla luce notturna. Dopo mezz’ora, i miei compagni di avventura, che mi guardano dall’interno del rifugio come dalle finestrelle illuminate di un presepe, mi raggiungono e iniziamo la discesa: siamo avvolti nella notte silenziosa, accompagnati solo dallo scrocchiare dei nostri ramponcini che si infilano nel ghiaccio. Per un tratto spengo la pila frontale e non solo mi accorgo che i miei occhi, aiutati dal bagliore della neve, riescono a vedere la traccia del sentiero, ma mi meraviglio guardando in alto le cime degli abeti che si stagliano contro il nero del cielo: sono felice dell’essenzialità che la montagna mi regala ogni volta e di quanto non abbiamo bisogno quassù per essere felici: neanche di una pila frontale. Arrivati al parcheggio, mi tolgo i ramponcini e rivolto il naso all’insù, cerco di imprimermi nella memoria questa vista per ricordarmi di tornare al più presto.


    Enrosadira su Pelmo, Antelao e Marmarole, vista dal Rifugio Belvedere-Fertazza.


    Sentiero n.467, Alta via n.1, con vista su Croda da Lago, Lastoni de Formin e Becco di Mezzodì.


    Il Rifugio Città di Fiume al tramonto.

    Notte stellata sul versante sud-ovest del Civetta.

    Cibo e tradizioni zoldane

    Il giorno seguente, purtroppo è ora di ritornare in città, ma prima ci godiamo il bel sole facendo un po’ di acquisti agli alimentari locali. In cooperativa compriamo la ricotta, del burro e del formaggio di montagna (in estate potete comprarli direttamente a malga Vescovà, dopo una bella passeggiata) dopodiché dal macellaio, i miei compari si approvvigionano di un po’ di pastin, dello speck e delle braciole di maiale affumicate, mentre io mi faccio mettere sottovuoto dei canederli appena fatti. I canederli sono un piatto tipico non solo zoldano, ma anche trentino e Sud-Tirolese, che nasce nell’antichità come una pietanza povera della tradizione contadina della Germania del sud (Baviera). Si tratta infatti di un impasto di pane raffermo, latte e uova, a cui possono essere aggiunti cubetti di speck o formaggio, poi formato a palline, sono poi serviti direttamente nel brodo di cottura, o asciutti con burro fuso e grana. Se vi piace la carne in ogni sua forma dovete provare le pendole. Queste strisce di carne affumicata, salata e aromatizzata con spezie e erbe di montagna, derivano da un antico modo, tipico del longaronese, di conservare la carne nei tempi di magra, o per chi, come i boscaioli, doveva allontanarsi per molto tempo dal villaggio. La carne, di manzo, maiale, pecora o capra, veniva tagliata a listarelle e lasciata essiccare davanti al fuoco dei ‘fogher’, i camini delle case, alimentati dalla legna di faggio, che dava alla carne l’aroma caratteristica. Ora la carne è prevalentemente di manzo, e viene affumicata ed essiccata con segatura di faggio e ginepro. I casunziei (casoncei in ladino) sono un altro tipico piatto bellunese, costituiti da un involucro di pasta fresca chiuso a mezzaluna con un ripieno di zucca o rape rosse, e cosparsi con burro fuso e scaglie di ricotta affumicata, altra tradizione della valle.
    Oltre al cibo, in Val Zoldana si possono trovare molte testimonianze della tradizione passata. I forni fusori sono una di queste. In particolare, il libro dei Feudi del Vescovato di Belluno documenta l’esistenza di 6 forni fusori già nel 1365, nominati come i paesi presenti tutt’oggi: de For (Forno), de Maresono (Mareson), de Peculo (Pecol), de sancto Nicolao de Zaudo (San Nicolò di Zoldo), de Donto (Dont), de sancta Maria (Santa Maria). Col declino del’attività estrattiva e la chiusura dei forni, dalla seconda metà del 500, la grande produzione cessò e gli operai si specializzarono in piccoli manufatti, dando vita al mestiere del ‘chiodarolo’ (chiodarot, in ladino). Il Museo del Ferro e del Chiodo, a Forno di Zoldo, conserva molti reperti e altrettanta documentazione storica su questi antichi mestieri, che sono ora praticamente scomparsi ma che rappresentano l’anima di questo popolo. Infine, ma non meno importante, ciò che ha reso i zoldani famosi nel mondo è un’altra attività, del tutto diversa dal ferro: il gelato. A fine ‘800, zoldani e cadorini, percorrendo le strade del mondo come emigranti, iniziarono a produrre e vendere il gelato nelle terre di confine, dalla Germania, poi estendendosi al Giappone, fino al Canada e al Sudamerica. Nonostante non sia nota l’origine della ricetta del gelato, né come sia giunta ai primi artigiani, è grazie alla gente di questa ristretta frazione di terra, oggi chiamata ‘Terra dei gelatieri’, che il gelato è diventato un alimento popolare, accessibile a tutti, nonché uno dei prodotti della pasticceria artigianale italiana più apprezzati al mondo. Se prima era possibile ammirare le prime macchine usate per produrre il gelato a Dont di Zoldo, assieme alle attrezzature dell’epoca e ai tipici carrettini, ora si è in attesa di un nuovo Museo del Gelato della Val di Zoldo e del Cadore, previsto in apertura a Pieve di Cadore. Ad ogni modo, potete gustare il gelato zoldano in una delle 4 gelaterie presenti in valle: un gusto unico che sorprenderà chi proviene dalla città, per la sua leggerezza e intensità di sapore, grazie al sapiente uso dei migliori ingredienti naturali e alla maestria di lavorazione di questi veri e propri artigiani che hanno tramandato l’arte del gelato di bottega in bottega.

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